21/06/17

Il mio specchio

Apro spesso questo blog e me lo riguardo come certi momenti miei, rileggo, confronto e rifletto.
C’è un fondo innegabile di malinconia ma essa è ormai un leit-motiv nella mia vita. 
Però la decisione presa resta per me ancora valida: del mio mondo e delle miei aspirazioni non c’è quasi più nulla nel paese dove vivo adesso ma questo non mi ha mai spinto ad ipotizzare esili più o meno assurdi, sono già sufficientemente alieno a me stesso. Queste pagine sono il mio specchio, riflettono un uomo che non si piace più a sufficienza ma non può rinnegare se stesso. Il blog è una parte di me che non riesco più a far crescere come vorrei e che non mi aiuta più nell’interloquire con quelli di voi che stimo di più.
Il blog vi dice alcune cose,importanti non lo nego, ma non le dice tutte. Sono un vecchio borghese meridionale aristocratico e demodè quanto basta per restare così: sospeso.

17/06/17

l'isola

La Sicilia in innumerevoli libri, come sfondo o palcoscenico di film o opere televisive: ovunque e in mille modi l'isola dove sono nato si presenta in scena. Ed esce spesso bastonata.
E' la sensazione fastidiosa della mancanza nonostante tutto, dell'assenza soprattutto di una misura seria che gestisca l’arbitrio percettivo che si ha di quest’isola. Anche del mio s’intende. Se arrivate in fondo al tacco di questa nazione e guardate i tre chilometri d’azzurro che fanno da confine fra il Sud e il sud del sud dovreste sentire l’aria inconfondibile della frontiera: alcuni di voi sanno per aver letto o studiato, altri non hanno alcun interesse di sapere. Informarsi e riflettere fuori dai pregiudizi è terribilmente scomodo, meglio imbarcarsi con le certezze già acquisite, quelle di cui fanno parte le date sui biglietti di ritorno.
Basta leggere con onesta attenzione quello che della Sicilia è stato scritto, dipinto, suonato…filmato, basta ascoltare per qualche minuto una discussione qualsiasi su di essa per capire che si parla e si ragiona su un falso evidente: una Sicilia unica. Riconoscibile e trasmettibile secondo stereotipi universali e scontati, per questo inossidabili; non è così. Chi in un modo o nell’altro ha attraversato quest’isola, qualunque sia il suo grado di cultura e gli inevitabili preconcetti che condiscono la sua vita, sa bene che la mia terra ha decine di facce. E’ una metafora lucida, perfettamente pirandelliana: cento, mille sicilie, quindi nessuna realmente adeguata ad un riconoscimento significativo. Dentro ogni sfaccettatura si viene risucchiati verso una logica elementare, quella che recita uno storico deprofundis sociale e economico, l’unico apparentemente percepibile. Io l’ho vissuta sulla mia pelle questa impossibile oggettività che per vie traverse si coagula in un insieme di verità inconfutabili.
Conosco quel tipo di smarrimento appena ci si avventura oltre i confini del già detto, so cosa significhi essere soli intellettualmente davanti al consesso di evidenti mancanze ingigantite e pasciute da analisi scontate. 
E’ anche vero che chiunque viaggi, anche se inconsciamente, vive del pregiudizio e del comodo luogo comune che ci fa vedere e visitare proprio quello che avevamo in testa prima di partire; è difficile partire nudi e tornare vestiti e , in fondo, non è questo quello che voglio. Anzi desidero il contrario perché la Sicilia è veramente un luogo dell’anima e non puoi giudicarla se non ne conosci la storia e la cultura che la permea da cima a fondo in modo totale. Sono nato qui e cammino qui, vedo ogni giorno facce diverse del mio osservare, di una diversità poco gestibile e scomoda.

"Dicono gli atlanti che la Sicilia è un'isola e sarà vero, gli atlanti sono libri d'onore. Si avrebbe però voglia di dubitarne, quando si pensa che al concetto d'isola corrisponde solitamente un grumo compatto di razza e costumi, mentre qui tutto è dispari, mischiato, cangiante, come nel più ibrido dei continenti. Vero è che le Sicilie sono tante, non finiremo mai di contarle. [...] Tante Sicilie, perché? Perché la Sicilia ha avuto la sorte di trovarsi a far da cerniera nei secoli fra la grande cultura occidentale e le tentazioni del deserto e del sole, fra la ragione e la magia, le temperie del sentimento e le canicole della passione. Soffre la Sicilia, di un eccesso di identità, né so se sia un bene o un male. [...] " GESUALDO BUFALINO in L'isola plurale. 

La stessa qualità e quantità di contrasti e opposti che sono gran parte del fascino dell’isola e anche la sua “insopportabilità”; lo stesso misterioso incantamento che fin da bambino mi riempiva gli occhi di stupore quando vedevo apparire il tempio di Segesta nella campagna severa dell’interno o il panorama immenso e aperto sul mare e le Egadi da Erice. Anche adesso mentre ne scrivo capisco di non poter essere obiettivo: il mito, l’apparizione e non l’essenza sono contesti che non possono produrre altro che ambiguità e incertezze. La Sicilia è un continente sia in senso stretto che in quello lato, potrei dire che possiede in massimo grado una bellezza paradossale, eccessiva e discontinua: quella propria di ogni frontiera, scomoda e sfuggente al dettato razionale dell’Europa che volendosene liberare cade ogni volta in un turbine di sensi ipnotico appena si lascia da essa sedurrre. Della Sicilia non ci si libera facilmente, anche se si tratta di un fascino pericoloso e incoerente: vorrei chiedervi però se avete mai amato facilmente l’assoluto, se vi siete mai confrontati con la serietà millenaria di uno sguardo di pietra o di una curva marina che si perde all’orizzonte. La posizione di arrogante centralità, conficcata in mezzo ad un mare antico e stratificato di genti e culture ha segnato il destino dell’isola, oggi come ieri. I migranti dall’Africa che approdano sulle coste di Lampedusa, gli uomini del Nord i cui sovrani riposano nella cattedrale di Palermo, i greci col nostro stesso sangue da sempre ospiti delle sue coste, e poi i turchi pirati e l’islam che ancora canta fra le sue strade e nelle sue architetture, e l’Europa nobile e colta con la sua letteratura percorsa dall'humus siciliano oltre ogni ammissibile limite...i liberatori di sempre, infine, più o meno smentiti dagli esiti delle loro migliori intenzioni. E’ lì l’origine della qualità speciale della narrativa e della letteratura siciliana: dentro il deficit e l’insicurezza, dentro il disagio di chi vive ogni ora sulla frontiera di un possibile e definitivo collasso.
Lo scrivere è la nostra redenzione, l’unica possibile e, come tale, portata ai massimi livelli ; Federico de Roberto, Sciascia, Verga, Lampedusa, Pirandello, Piccolo, Brancati, Bufalino…Camilleri e ne lascio fuori un numero troppo elevato, sono il messaggio lanciato nello spazio sociale e umano di un’altra realtà che ci è ostile, incredula e vigliacca, che non vuol credere ad un’esistenza ai limiti della decenza, che irride il sogno perfetto di chi supera perché ha compreso per caso o sa troppo per studio. Non mi pongo il problema di chi voglia credermi oppure no, la storia scuote da millenni coi suoi marosi la Sicilia e noi senza un perché decifrabile siamo ancora qui in eterna attesa di una nuova legge, un nuovo segno che spiegherà alfine questo lungo e fantastico sonno della ragione.
Nostro che di molti altri non c’è materiale.

14/06/17

scrivo peggio

Quando non ho niente da fare scrivo peggio, mi accomodo, uso più parole, sono più civile e non mi piaccio, che poi è una costante della mia vita. Adesso ho da fare alcune cose, le solite rotture ma scrivo: fra una cosa e l'altra e mentre lavoro penso a quello che scrivo. Ogni tanto mi esplode in testa un pensiero pensieroso, di quelli intelligenti davvero...passano 2 minuti vado al pc e non è più lo stesso. Porcaccia miseria, la luce se n'è andata, il guizzo deciso e unico ha traslocato da un altro blogger. Non negatelo, lo vedo benissimo dov'è andato. Ma si può mettere il copyright all'ideazione?
Scriverò sul bloggorollo che le minchiate di questo blog sono di proprietà esclusiva dell'autore, qualunque uso ne facciate siete pregati di dichiararne l'origine eh, niente scherzi.
Se sono occupato in altre faccende le cose che scrivo diventano essenziali. Non ho tempo di renderle meno sceme, posso solo trasferirle sullo schermo. 
Ogni tanto la luce della lampadina del genio resta accesa il tempo sufficiente a nobilitare il post ed io grido, accuso, sono sgrammaticato e cadendo ( perchè casco giù lo so) faccio un gran casino. Quando dopo sono fermo e guardo in silenzio le mie righe come vermi neri sul fondo bianco mi sembrano tutte uguali, anche quelle dell'anno scorso, tutte sono il suono con l'eco della mia vita che non riesco a mettere per iscritto. Trovare la propria strada, sentirla dentro e non riuscire a percorrerla fuori: questa è stata la mia vita di blogger finora, un controsenso continuo. Non sarebbe cambiato nulla, credo, neanche in un contesto diverso, l’insoddisfazione o il disadattamento, una conflittualità permanente distruttiva e rapace avrebbero avuto l’identico effetto fuori da questa tastiera e da questo mondo di bites.
In tutti questi anni ho aperto una decina di Blog, uno per ogni faccia del mia personalità, il risultato finale è stata la mia scomparsa come blogger, l’annullamento di ogni traccia e di ogni possibile riferimento.
Non si può essere accettati se non ci si accetta, non esiste un luogo dove poter posare i propri umori più intimi se non nel segreto della propria coscienza: il contatto con il diverso da noi ci cambia, il timore di non essere accettati ci spinge a continui aggiustamenti, quello che ho scritto in più di 4 anni doveva spargersi in un gran numero di volti fittizi per poter essere accettato, questo è quel che ho creduto finora e così l’imprimatur di libertà ed espressività di un blog me lo sono negato fino ad oggi, consegnando ad improbabili testimoni il senso vero e UNITARIO di ciò che scrivo e sono. Non ho mai fatto tanta fatica a realizzare, seppur in termini elementari, uno spazio che finalmente mi somigliasse. Tuttavia sono qui, tuttavia prenderò le misure e lascerò anche qui la mia orma.
Gli altri, i contatti, i lettori o il sale che fa di un blog qualcosa di vivo o una crisalide mummificata, li lascio al destino e all’evoluzione fisiologica dei miei e dei vostri istinti.
Qui io NON DEVO nè piacere nè dispiacere, qui ci sono soltanto io, Enzo. E testimonio me stesso nella consuetudine mediocre e brutale dei miei giorni, uno dopo l'altro.

11/06/17

terrone

Parto da una constazione precisa: io non sapevo di essere meridionale fino ad un certo giorno della mia esistenza. Mi rendo conto che il mio personale cammino è sui generis, che il mio essere emigrante e figlio di emigranti non era esattamente la stessa cosa di un ragazzo povero, figlio di quasi analfabeti che giungeva a Milano o Torino per poter sopravvivere.
Io ero figlio della borghesia illuminata del Sud, leggevo moltissimo perché i miei erano colti e laureati, parlavo un italiano perfetto senza quasi inflessioni dialettali ed ero chiaro, pieno di lentiggini con gli occhi cerulei. Sinceramente non avevo mai attribuito alcun particolare valore, in positivo o in negativo, al fatto di essere nato più a sud o più a nord di qualcun altro. A casa mi avevano insegnato a ritenermi fortunato di essere nato italiano; per conto mio ci aggiungevo il fatto di essere nato a mare, di vederlo spesso e quindi di essere doppiamente favorito. Ma ero ugualmente un terrone. 
Non lo sapevo con chiarezza ma in quei primi mesi del 1959, mentre mio padre cercava casa a Milano, li vidi quei cartelli, quelli dove stava scritto – non si affitta ai meridionali - e vedendoli mi sembrò un fatto strano, comunque non rivolto a me, alla mia famiglia. Solo mia madre disse qualcosa, era ferita ( ma questo lo capii dopo) aveva perso in quel periodo la naturale allegria che la rendeva così unica. Il problema casa si risolse allora dopo circa un mese grazie all’intervento di santa madre chiesa: mio padre stanco di girare si era rivolto al parroco del quartiere, gli aveva mostrato le sue “credenziali” e finalmente qualcuno dei padani si era risolto ad affittarci un trivani con bagno.
Ma io non ero un terrone, ero Enzo ed ero curioso, non avevo l’aria smarrita degli ultimi quando incontrano i primi o i presunti tali, ero solo un ragazzino che aveva il voto in italiano più alto della classe e non capiva la stizza di certi altri ragazzini. Nicholas Humprey nel libro “Una storia della mente” scrive una grande e terribile verità: ogni battaglia contro pregiudizi universalmente condivisi è una battaglia persa; ma questo vale adesso, a tredici anni vale molto di più la voglia di stare assieme e scoprire il mondo. Vivevo dentro un pregiudizio, dentro una condanna pronunciata senza nessun processo; la mia facilità e naturalezza nel pormi, la mia cultura, i miei familiari, ciò che dicevo e scrivevo mi affossavano sempre più perché mi rendevano diverso dal branco in cui dovevo vivere. Io ero un terrone, più pericoloso di altri perché senza nessun atteggiamento di inferiorità; vivevo da italiano ma restavo un meridionale. Devo sinceramente confessare che in quegli anni di liceo non degnai mai di uno sguardo la “questione meridionale” lasciandola a marcire sui libri di saggistica o nella bocca del politico di turno. Oggi ho una consapevolezza diversa; gli anni passati a gironzolare per la penisola a gustare sapori diversi ed accenti diversi mi hanno dato infine il senso di una realtà in cui essere meridionale è uno stato differente dall’essere cittadino italiano, è qualcosa che ti lega alla subalternità rispetto ad altri, è un modo di sentire che non puoi camuffare e con il quale ti costringono a fare i conti. Io sono diventato terrone una mattina del 1968 in un’aula di liceo a Milano.
L’occasione fu una ricerca sulla letteratura italiana del novecento e la mia scelta che, guarda caso, cadde su Pirandello. Mi sembrò allora, in quel contesto fortemente permeato di ideologia e certezze assolute su chi fossero i buoni e i cattivi, che uno studio e una discussione sulla relatività della vita e sulla schizofrenia tra essere e apparire potesse servire a far giungere aria nuova in classe. Con l’aria nuova giunse però anche il puzzo dell’ignoranza e del pregiudizio: fu per questo che ad un certo punto della discussione un mio compagno di classe non riuscendo a controbattere e non avendo più argomenti mi colpì con stizza con uno schiaffo violento. Fu lì, quel giorno che io compresi di essere terrone, le parole e i concetti sulla “questione meridionale” acquistarono chiaramente il significato dell’aspirazione del Sud a uscire dalla subalternità e lo schiaffo il palese tentativo di mantenere un sistema di potere privilegiato.
Troppo chiaro? Troppo lucido? Esagerato? Forse, ma da allora, in progressione continua fino ad oggi, mi accorsi che diventavo meridionale, perché stupidamente, maturavo orgoglio per la geografia di cui, altrettanto stupidamente, Bossi e complici volevano che mi vergognassi.
Così diventato terrone lo sono rimasto e adesso non è più possibile mutare le cose. ‘ Sa bbinidica.

08/06/17

Tutto!



Tempo fa è ricomparso fra le righe del Blog, è entrato, si è seduto al mio tavolo, mi ha sorriso e mi ha chiesto
– Che mi dai per vivere?” -Tutto!- Gli ho risposto con folle imprudenza.
E lui mi ha divorato, spolpato e buttato via, con le vesti di una donna che faceva finta di non sapere, di non volere, di non poter decidere. Io credo che siamo solo nostri, che ciò che condividiamo con un sorriso di piacere resti nostro per sempre. Ci credo fermamente e se racchiudo in un solo fardello questi anni di scritture non c’è niente di cui riesca a vergognarmi, nessuna parola che non vorrei aver detto; se questo spazio finisse qui ed ora, dovrei dirvi che ognuno di voi mi ha consolato, magari inconsciamente, e mi ha aiutato in questa strada che ha un’unica meta: presentarmi degnamente davanti alla mia Signora.
 Di sera, tutte le sere della mia vita, la chiamo per dirle che quando verrà non avrò nessun timore, le scoprirò il viso e la bacerò sulla bocca, sentirò il suo seno contro di me e sarò libero, finalmente libero…

05/06/17

Via Domenico Costantino

Sono nato nella tarda mattina di 62 anni fa, a Palermo in via D.Costantino al num. 16, una traversa della via Notarbartolo. Sono nato a casa di mio nonno Vincenzo perché allora era questa la consuetudine assieme a tante altre ormai svanite nel tempo.
Quella casa la ricordo bene, sento ancora l’odore buono del tabacco che don Vincenzo fumava seduto nell’ampia poltrona del soggiorno; la finestra spalancata sul grande giardino della villa del barone Pottino.
Di alcune cose la memoria non ci lascia mai, sopravvive in una dimensione a se stante, indipendente da tutto. Lo sguardo d’acciaio di mio nonno e le sue mani enormi ad alzarmi il mento quando combinavo qualcosa fanno parte di essa.
Concretamente non c’è più nulla di loro e di quel mondo; la camiciaia in via G. di Marzo se n’è andata 20 anni fa, le sue camicie su misura erano l’unica cosa che faceva sorridere don Vincenzo…le camicie in purissimo cotone bianco e forse qualcos’altro. Ricordo mia madre, un tempo lontano per entrambi,
“Ho il cuore scuro”- mi diceva certe mattine.
Ed io - Perché?
- Per niente- mi rispondeva, ma poi si correggeva - Per i ricordi.
Adesso sto qua e in cento altri luoghi; mi appartengono tutti e non ce n’è uno che non mi sfugga. Ho visto girare il sole sul cortile della mia vita e non mi è piaciuto: ma la luce di questo tramonto placido riesce ancora ad inebriarmi Una vera cittadinanza però non riesco a trovarla o, forse, non mi basta questa isolana. I siciliani stanno aggrappati orgogliosamente alle loro coste ma guardano fuori in un impossibile desiderio di comunione. Oggi mi deve bastare il mio riflesso sulla vetrina del negozio in via Libertà: a lui confesso la mia incredulità, li ho compiuti davvero! E’ bastato distrarsi un attimo, una piccola svista e l’anno in più è già qui…e io non sono preparato. Non lo sono stato mai.

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